La Cina è un paese dalla cultura millenaria, la quale si riflette nelle sue tradizioni che ancora oggi vengono sentite dalla popolazione e rinnovate anno dopo anno. Molte di queste tradizioni si esprimono in festività, la maggior parte delle quali sono state fissate attorno al III secolo dopo Cristo, durante il regno della dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.).
Una delle celebrazioni più importanti della Cina contemporanea è la Festa delle barche del drago (端午节 Duānwǔjié), la cui origine si deve a uno dei personaggi più significativi nella cultura tradizionale, il poeta e patriota Qu Yuan 屈原.
Ripercorriamo insieme l’eredità culturale di Qu Yuan e la sua vita attraverso le parole che il poeta stesso ci ha lasciato in una delle sue opere più significative, il Li Sao.
皇览揆余初度兮,肇锡余以嘉名。 名余曰正则兮,字余曰灵均
Li sao, sezione II
Mio padre, prendendo in considerazione l’istante della mia nascita, fin dal principio mi diede un bel nome; Nominandomi, mi chiamò Zhengze, e dandomi un soprannome mi chiamò Lingjun.
Qu Yuan fu di grande supporto come consigliere del sovrano perché, grazie ai suoi validi consigli e alla sua integrità morale, contribuì alla prosperità del regno. Il poeta si fa fautore dei propri canoni morali incorporandoli persino nel suo stesso nome, come scrive nei versi iniziali del Li Sao, attribuendosi il nome Zhengze (rettitudine perfetta, onestà morale, decenza e aderenza ai princìpi di comportamento) e il soprannome Lingjun (intelligenza, saggezza, il giusto per eccellenza).
众皆竞进以贪婪兮,凭不厌乎求索。 羌内恕己以量人兮,各兴心而嫉妒。
Li sao, sezione XV
I numerosi (cortigiani del principe) non hanno ambizione che per soddisfare la loro avarizia e la loro ghiottoneria. […] Giudicando interiormente ciascuno di essi stessi, pesando gli altri uomini secondo il loro peso, Tutti hanno il cuore gonfio di invidia e di concupiscenza.
Il successo del regno di Chu, in particolar modo la lotta imperterrita contro la corruzione, irritò i funzionari di corte e suscitò l’invidia degli altri ministri, che diffamarono Qu Yuan screditandolo davanti al sovrano.
Di conseguenza, il re iniziò a perdere fiducia nella buona fede di Qu Yuan dandogli sempre meno ascolto. Infine, il poeta fu condannato all’esilio.
Nonostante la lontananza dal paese natio, Qu Yuan rimase sempre fedele continuando a far sentire la propria voce. Le sue speranze, però, si infransero nel momento in cui il sovrano di Chu finì nelle mani dello stato di Qin, regno con cui il poeta aveva più volte suggerito di allearsi. Alla morte del re, il principe asceso al trono richiamò Qu Yuan in patria. Il poeta consigliò di formare un’alleanza con gli altri stati per opporsi alle mire espansionistiche del regno di Qin.
Ancora una volta, l’invidia e la gelosia dei funzionari di corte e dei ministri ebbe però la meglio: lo stato di Chu si arrese firmando un umiliante trattato di pace. Qu Yuan fu totalmente ignorato e costretto di nuovo all’esilio. La fedeltà del poeta non vacillò neanche questa volta. Durante continue peregrinazioni, Qu Yuan mise per iscritto i suoi ideali e i suoi valori con la speranza di poter risvegliare nella coscienza del sovrano di Chu l’integrità morale per salvare la terra natia.
忳郁邑余侘傺兮,吾独穷困乎此时也。 宁溘死以流亡兮,余不忍为此态也。
Li sao, sezione XXIV
Divorato dal dolore, in preda alle più crudeli inquietudini, io erro senza scopo e senza riposo. In questo tempo, che è per me quello della solitudine e dell’abbandono, la mia stanchezza è estrema. Meglio vale cercare la morte e l’oblio in un torrente che mi trasporta, è al di sopra delle mie forze vivere più a lungo in una simile situazione.
Nel 278 a.C, l’esercito di Qin occupò la capitale di Chu. In preda alla disperazione per la caduta del regno, Qu Yuan si suicidò gettandosi nel fiume Miluo 汨罗江 Mìluó jiāng.
Gli abitanti di Chu, venuti a conoscenza della tragedia, accorsero al fiume. Remarono avanti e indietro per le acque e, per spaventare i pesci e tenerli lontani dal corpo del loro amato poeta e compatriota, gettavano palline di riso glutinoso avvolte da foglie di bambù tra le onde, altri suonavano i tamburi, mentre i altri versavano vino di realgar per far sì che neanche le creature mitologiche potessero avvicinarsi.
Quel fatidico giorno cadeva il quinto giorno del quinto mese dell’anno lunare.
La festa delle barche del drago è considerata la terza più importante festa tradizionale cinese, dopo il Capodanno cinese 春节 Chūnjié e la Festa di Metà Autunno 中秋节 Zhōngqiūjié. Cade sempre il quinto giorno del quinto mese lunare, per questa ragione i cinesi lo chiamano anche “doppio quinto” Chóngwǔjié 重五节.
Tra i piatti tradizionali della celebrazione ci sono gli zongzi 粽子, riso glutinoso avvolto da foglie di bambù cotto al vapore. Oltre agli zongzi, si gustano anche le uova salate di anatra e il vino di realgar, entrambi ritenuti dalla tradizione popolare efficaci nel tenere lontane le influenze negative.
Le usanze della festa non riguardano solo il cibo: anche la decorazione della casa ha un ruolo importante. È consuetudine appendere ai portoni rametti di artemisia e tifa, due erbe medicinali usate per proteggere la casa dalle negatività e prevenire malanni. Inoltre, per proteggere i bambini e augurare loro buona fortuna, vengono utilizzati diversi oggetti simbolici che fungono da amuleti protettivi: si legano cinque fili di seta colorati 五彩绳 wǔcǎishéng, che rappresentano la longevità, si indossano al collo sacchettini ricamati a forma di tigre o zucca pieni di aromi, ai piedi si mettono scarpette a forma di testa di tigre, mentre sul petto si applica una pettorina con il ricamo di una tigre.
Qu Yuan è riconosciuto per essere uno dei padri della poesia cinese. La lealtà e l’inflessibile patriottismo espressi nelle sue poesie incarnano gli ideali confuciani e, nelle epoche successive, sono serviti da modello per gli intellettuali cinesi. Le sue influenze letterarie e politiche hanno lasciato il loro segno sulle successive generazioni in Cina e al di fuori del paese.
L’opera più rappresentativa di Qu Yuan è Li Sao 离骚, tradotto in italiano come “Tormenti dell’esilio” o “Incontro al dolore”. Si tratta di un poema lirico-politico di stile romantico, il più lungo di questo genere nella storia della letteratura classica cinese. È una confessione poetica, che unisce autobiografia, mitologia, allegoria e viaggio spirituale.
Domande celesti 天问 Tiānwèn è un altro poema degno di nota. Nel testo l’autore pone 172 domande al cielo circa diversi argomenti, come l’astronomia, la geografia, la letteratura e la filosofia, esprimendo i suoi dubbi sui concetti tradizionali e mettendo in luce tutte le contraddizioni.
L’opera rappresenta inoltre una ricerca interiore e l’espressione della propria concezione di universo e di visione storica e politica. Il coraggio di criticare e dubitare della realtà sono gli aspetti che la società di oggi ammira maggiormente dello spirito di ricerca ed esplorazione di Qu Yuan.
Un altro importante componimento è rappresentato da I nove canti 九歌 Jiǔgē, una serie di inni sacrificali elaborati sulla base di canti popolari. Il componimento è formato da una serie di inni o canti rituali che riflettono pratiche religiose sciamaniche, in cui si invocano, si onorano o si interagisce con divinità e spiriti della natura. Ogni canto è rivolto a una divinità o spirito specifico.
Questi testi sono compilati in un’unica raccolta, i Canti di Chu o Canti del sud 楚辞 chǔcí, compilata durante la dinastia Han da Liu Xiang 刘向 (76-5 a.C.) e arricchita dal commento di Wang Yi 王逸 (?-158 a.C.) Si tratta di un’antologia di poesie scritte nel periodo degli Stati Combattenti scritte da numerosi poeti di quel tempo.
Particolarmente interessanti sono i contenuti mitologici e rituali del Chuci, veicolati da un linguaggio ricco di immagini e simboli. Il periodo degli Stati Combattenti, infatti, oltre che essere segnato dalle guerre e da una grande instabilità politica, fu anche un momento di sviluppo culturale e filosofico, durante il quale nacquero i principali esponenti della tradizione filosofica cinese, come Confucio 孔夫子, Laozi 老子 e Sunzi 孙子. Per questo motivo anche la poesia aveva ripreso i temi tipici delle correnti fondate da essi.
In particolare ritroviamo elementi del daoismo e dello sciamanesimo. Lo sciamano era una figura centrale nella cultura e nella religione della Cina meridionale. Era considerato un intermediario tra il mondo umano e quello degli spiriti, capace di comunicare con le divinità, di viaggiare nell’aldilà e di compiere riti di guarigione e di divinazione.
Lo sciamano era una sorta di mediatore, che poteva entrare in contatto con il mondo soprannaturale e ottenere risposte e aiuti per la comunità.
In particolare, nel Li Sao la presenza di questi elementi è evidente e significativa: all’interno dell’opera l’autore narra del suo viaggio allegorico verso il Cielo e l’incontro con saggi, indovini, divinità e altre figure della mitologia. Questi elementi mistici traspaiono anche tramite il linguaggio, ricco e immaginifico, e il frequente uso di metafore tratte dal mondo vegetale.
L’interpretazione tradizionale dell’opera, comunque, vuole il viaggio come simbolo della ricerca del poeta di un sovrano giusto, che lo possa aiutare ad essere riconosciuto per il suo vero valore. Alla fine il viaggio si rivela fallimentare e Qu Yuan, poco prima di entrare in cielo, scorge in basso il suo amato paese e non ha più la forza di proseguire, decidendo, disperato, di gettarsi nel fiume e morire annegato.民生各有所乐兮,余独好修以为常。 虽体解吾犹未变兮,岂余心之可惩。
Li sao, sezione XXXII
Ogni uomo ha nella vita una cosa che lo rallegra più di ogni altra; io, io solo mi diletto a coltivare costantemente la virtù. Si taglierebbero tutte le mie membra senza farmi cambiare di sentimenti; non è questa una testimonianza che fa ben conoscere il mio cuore?

